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Max Linder muore alla guerra

 

 

    Non è il titolo d'una sua nuova pellicola da proiettarsi stasera. E' l'epilogo tragico ed eroico della sua breve gioconda giornata.

 

M. Max Linder

 

    Lo rivedo, Max Linder, quale lo vedemmo una sera del principio d'estate, pochi giorni prima della guerra, col suo eterno «tight», col suo eterno capello a staio, col suo eterno sorriso, a dorso d'asino legato a un treno in corsa attraverso i bianchi paesaggi di neve dell'Alta Engadina, figurina di teatro d'ombre, visione di lanterna magica, «silhouette» nera ritagliata su lo sfondo bianco del paesaggio alpestre. Eran le sue trovate quelle situazioni assurde e impossibili ed erano trovate che andavano oltre la comicità consueta degli attori buffi da cinematografo, dei Tartufini, dei Cretinetti, dei Beoncelli. La sua comicità era umoristica, era piena d'arguzia, fredda, composta, compassata, quella d'un «pince sans rire» che traeva il più comico contrasto dalla sua corretta tenuta di «gentleman», dalla naturalezza del suo giuoco scenico realistico e preciso nelle più pazze avventure, nelle più assurde e grottesche situazioni. Cosi il suo successo era stato più che un successo di teatro o di cinematografo. Il suo era stato successo d'arte. Si parlava di Max Linder, non solo nel grosso pubblico, ma anche nel pubblico più raffinato di gusti e di consuetudini, come di un grande attore comico, come di un autentico artista del riso. E nessuno l'aveva mai sentito recitare.... Ma aveva uno stile, aveva creato un genere, fatto scuola, moltiplicato i suoi imitatori. Commediografo e attore insieme, componeva da sè le sue «films» e da sè le interpretava. Cosi tema ed interprete erano sempre meravigliosamente intonati poichè uscivano dallo stesso specchio concavo o convesso di un'osservazione umoristica degli uomini e della vita, da cui vita ed uomini escivano insieme fedelmente riprodotti e grottescamente deformati.

    La sua fortuna era stata rapida. In pochi anni il nome di battaglia di Max Linder era diventato famoso nel mondo intero poichè il mondo intero rideva a vederlo serio serio, composto, elegante, corretto e misurato, subire le più avventurose e immaginose traversie con un sorriso ebete e astuto insieme che scopriva una doppia fila di denti bianchissimi e dava a quella fisonomia estremamente e straordinariamente espressiva un non so che di «bon enfant» malizioso e smaliziato, un'aria di monello serio e beneducato che più era serio e più faceva ridere, più era beneducato e più era impertinente. Il suo nome e cognome dall'aria germanica l'avevan fatto credere da una parte del pubblico, tedesco. Era invece francese e quanto mai francese, macchietta tipica, anzi, «silhouette» caratteristica, figurina rappresentativa. In fondo era parigino, pariginissimo, parigino del «boulevard» e del marciapiedi, eroe della strada, reincarnazione cinematografica del monello parigino fattosi grande: era Gavroche in marsina e cravatta bianca. «I bons mots» di Gavroche erano i gesti di Max Linder. Su le labbra dell'uno e dell'altro, del tipo classico di Victor Hugo e del popolare attore di Pathè, il sorriso era lo stesso: quello di un'aria tutta speciale, di un modo tutto speciale di prendere in giro la gente. E poichè la gente ama, senza accorgersene, d'essere presa in giro, il sorriso di Max Linder rifaceva ogni quindici giorni, con una nuova pellicola, il giro del mondo.

    Mediocre attore in parte secondarie di secondarii teatri parigini aveva cercato nel cinematografo di che arrotondar le cifre del suo magro stipendio. E al cinematografo era stato una rivelazione. In capo a pochi anni guadagnava oramai, si dice, quando cento, quando duecentomila lire all'anno. L'irresistibile comicità delle sue «films» era popolare, attesa, ricercata dovunque. Anche persone molto serie, molto gravi e molto dignitose che non frequentano i cinematografi, ci andavano una sera quando la «silhouette» sottile di Max Linder si profilava sul manifesto. Doveva fornire due «films» al mese e la sua fantasia comica non era mai stanca. Raggiungeva in alcune una classica perfezione in una classica semplicità. Sapeva con nulla fare qualche cosa. Sapeva con una girata d'occhi farsi capire meglio che con cento parole. Sapeva chiedere e dare al cinematografo, nulla più, nulla meno, tutto ciò che il cinematografo può dare ed ottenere.

    Ed è andato, come ogni buon francese, alla guerra, alla disperata ed eroica guerra del suo grande paese. E ci dev'essere andato certo sorridendo, come alla «répétition» d'una nuova pellicola, col suo eterno «tight», col suo eterno capello a staio, col suo eterno sorriso. E oggi una breve notizia, da Berlino annunzia che Max Linder è morto sul campo di battaglia. Pei comunicati da Berlino non c'è differenza: distruggere la Cattedrale di Reims o uccidere Max Linder sono ugualmente azioni di cui la cronaca berlinese deve menar vanto: Cattedrale o attor comico, poco importa: l'essenziale è sempre di portar via alla Francia qualche cosa, qualche cosa che gli altri non hanno: o una delle sue grandi bellezze o uno dei suoi piccoli sorrisi.

    Piccolo sorriso che non ritroveremo più. O piuttosto, poichè l'arte degli attori cinematografici è salvata almeno per qualche anno da quel completo oblio che condanna l'arte degli artisti teatrali non appena l'artista è scomparso dalle tavole dei suoi trionfi, quel sorriso noi lo ritroveremo, fra poche sere, quando l'attualità della sua morte consiglierà di rimettere in proiezione le vecchie pellicole di Max Linder. E lo ritroveremo con un brivido d'emozione pensando che quel sorriso ha incontrato la morte. Poichè anche alla morte Max Linder dev'essere andato incontro sorridendo. Credeva certo, quel buon ragazzo, che il destino benigno gli avrebbe, dopo tante pellicole comiche, consentito di condurre a termine anche la sua pellicola eroica.

    Nella guerra moderna, in quest'orribile anonima carneficina, un soldato non visto uccide un'altro soldato ch'ei non vede e la pallottola che non si sa donde venga non sa neppur essa dove va. Ma se fosse possibile, alla sera, cessata la battaglia, ritrovar là, nelle trincee nemiche, i proprii bersagli e se il soldato tedesco che ha ucciso Max Linder senza saperlo potesse ritrovare laggiù, elegante, corretta, sorridente anche nella morte la sua vittima, son certo che quel soldato rimpiangerebbe di non avere quel giorno sparato una cartuccia di meno. Forse la sera prima, sotto la tenda, esausto per la battaglia compiuta, pronto a quella che doveva cominciare, nell'orrore della guerra e della morte, l'anonimo ulano che ha ucciso Max Linder avrà rimpianto con nostalgia le quiete sere di pace quando, accanto alla sua Carlotta o alla sua Gretchen, in un villaggio della Slesia e del Brandeburgo, nella tepida sala d'un cinematografo, vedeva Max Linder, col suo eterno «tight» col suo eterno cappello a staio, col suo eterno sorriso, andare a dorso d'asino dietro un treno in corsa tra le nevi, figurina di teatro d'ombre, visione di lanterna magica, «silhouette» nera ritagliata su lo sfondo bianco del paesaggio alpestre.

    E ci sarebbe forse cosi anche un tedesco capace di rimpiangere d'avere ucciso un francese... LUCIO D'AMBRA. (La Tribuna, 1.10.1914)